Flavio Giurato live

Esterina e il tuffatore
di Francesca Cuoiati

C’era voluto un po’ di tempo per imparare. Era stato quel giorno al porto. In baia, c’erano le meduse – troppe – portate dalla bora, e siccome l’isola è lunga, lunga e stretta, nessuno si era sognato di rinunciare al bagno. Semplicemente, si erano spostati al porto, dall’altra parte, di fronte a Koludarac. Evinrude rossi blu bianchi, Mercury neri neri, Johnson bianchi a strisce, qualche Tomos, un moderato viavai di barche e gommoni, ma niente meduse – è una questione di correnti – e il molo faceva da trampolino. Non che l’ebbrezza non la conoscesse già, anzi, la conosceva bene. Instancabilmente – fino a farsi venire le labbra blu, le mani cotte dall’acqua salata e anchilosate dall’attrito con l’anello arrugginito – risaliva sul pontile con il solito colpo di reni. Una mano le veniva in soccorso quando la smania di buttarsi di nuovo le faceva mancare la spinta dell’onda. A Ossero, quella stessa mano l’aveva tolta da un impiccio più grande. C’era una corrente fortissima nel canale, non fosse stato per quella mano, si sarebbe di certo ritrovata a Punta Kriza, addirittura a Trstenik. Aveva frignato un po’, ma in fondo, dal ponte girevole – almeno tre metri ma forse cinque – erano stati in pochi a farlo, soprattutto ragazzi del luogo – e la soddisfazione era rimasta.
Non si trattava mai di nuotare, per quello c’erano l’inverno, la Bustese Nuoto e il costume rosso con le bande laterali bianche. Si trattava di saltare, con la rincorsa, da ferma, lasciandosi cadere – sospesa, sorpresa, sospinta – del salto – dall’alto – nessuna paura. Quel giorno, però, sul molo, il suo specchio, magro nervoso e di tre anni più giovane, sulle prime l’aveva umiliata, e lei se n’era accorta. Si era accorta che lui non saltava di continuo, la frenesia del dentroefuori sembrava non averlo contagiato. Forse perché aveva freddo, aveva sempre freddo e tremava tantissimo quando usciva dall’acqua. Soltanto raramente e d’improvviso si staccava dal molo. Non era come buttarsi o saltare, era una questione di bellezza. Un tuffo vero, di testa, devi farlo di testa, devi fare così, come me, prova, qualche tentativo, datti più slancio, un po’ di dolore, giù con la testa, sbilanciamento, non piegare le gambe, il corpo sgraziato, tienile unite, capriola, le braccia in alto, concentrazione, una spinta, adesso, in avanti. Adesso, aveva finalmente capito, adesso, anche lo specchio era soddisfatto, si era sbarazzato della sfasatura che per qualche tempo gli aveva impedito di riconoscersi: altre incongruenze irrimediabili e assurde come il seno li aspettavano al varco, ma adesso, anche lei voleva essere un tuffatore.
Le meduse non si erano più viste, le rocce, le barche, i galeoni, i moli di pietra, le bitte levigate dell’Austro-Ungheria erano diventate le soglie di sperimentazioni più ardite. Anno dopo anno voleva essere un tuffatore. Mentre i vent’anni la minacciavano – grigiorosea nube – voleva essere un tuffatore. Anche dal faro di Bic aveva deciso di essere un tuffatore, e sotto un sole cocente era salita a piedi nudi sulla scaletta rossa rovente, fino al parapetto della lanterna. Alle sue spalle il continente, e il Velebit in lontananza, davanti Oruda e Palacol, Privlaka, Lussino. Tutto quel blu là sotto, a trecentosessanta gradi, le faceva impressione, impressione le faceva la sua benevolenza ammaliatrice, sembrava provasse pietà per lei. Lo slancio in avanti aveva dovuto essere più forte, rischiava di ferirsi i piedi contro la base di pietra che sosteneva il faro in mezzo al mare.
Essere un tuffatore. Aspirazione del tutto intima, intraducibile. Nessuna voce poteva dirla. Unici testimoni muti lo specchio e l’isola. Nessuna voce. Col tempo, forse, sotto l’asfalto non ci sarebbe stata più spiaggia, forse non c’era mai stata. Nessuna musica. Un complotto probabilmente: erano in tanti a volerla tenere distante o era l’isola stessa che se ne andava, che aveva trovato un modo tutto suo per allontanarsi da lei? Nessuna voce. Nuovamente a Bic, aveva visualizzato i propri organi capovolti, tra l’aria e l’acqua si era rigirata come un gatto che cade dal balcone, ma in senso inverso: una frazione di secondo e la bellezza di tuffo e tuffatore insieme erano venute meno. Nessuna musica. Nessun modo per sapersi dire sono buona e brava. Finiscila, basta…
Nessuna voce. Nessuna musica. Salvo una voce e la sua musica che per tutti quegli anni le avevano scaraventato addosso qualcosa che era anche suo, o almeno lo era stato, la bellezza non comune del tuffatore, la calma degli insegnamenti e le salite della precisione, le ali della piccola Wendy, Marco Polo, the celebrated traveller born of a noble family of Dalmatian origins. Se quella voce e quella musica fossero tornate a cercarla, sarebbe stata felice di tradire la parte.

T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s’incide
sopra uno sfondo di perla.
Esiti al sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti tra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.

AA.VV.
Racconti e opinioni
su Flavio Giurato - Il tuffatore
Contagi – NoReply, 2003

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