Andreas Torena
Una tranche dal suo nuovo libro

        (...) Ho preso con me una cagnolina una sola volta: sono animali troppo umani, troppo dipendenti. Amano come un uomo e, come un uomo, vogliono la tua fedeltà, le tue attenzioni continue, la tua compagnia in ogni circostanza. Mi ero affezionata alla mia Jack, ma, quando smise di respirare, una mattina di primavera, sapevo che mai più mi sarei legata ad un cane.
        Temo di non essere stata per lei una buona compagna, non sapevo esserlo. Jack mi faceva le feste ogni volta che rientravo a casa, mi saltava addosso ogni volta che uscivo dal bagno, mi leccava al mattino quando suonava la sveglia (puntualmente puntata per non essere ascoltata), mi stava intorno quando armeggiavo in cucina, col suo musino delizioso ed i suoi occhioni impauriti. Questo non sopportavo: i suoi occhioni impauriti. Mi temeva. Temeva i miei umori neri, come se fosse colpa sua, temeva i miei sguardi severi, che pure non erano rivolti a lei, ma Jack percepiva ogni mia mossa in sua funzione.
        L’errore primo con lei, fu prenderla nel periodo in cui abitavo con il mio quasi ex-marito: io avrei educato quella meravigliosa cagnetta in maniera totalmente diversa, ma lui si ostinava a proteggerla, oltre ogni immaginazione, a trattarla come la più stupida ed incapace delle
creature. La amava molto più di me, ma muovendosi in un’altra dimensione dell’amore, che non capisco.
        Quando me ne andai, Jack rimase con lui, ma, come si fa tra divorziati con i figli, passavo a prenderla almeno una volta al mese e la tenevo con me per un fine settimana o poche ore, sempre sperando di riuscire a rieducarla. Inutile, vista l’età avanzata o, forse, il maggior gradimento che traeva dall’altro genitore. Poi finì. Quella mattina era con me. Mi stava leccando al trillo della sveglia. Mi alzai, i miei riti quotidiani della doccia e del caffè, mi stavo vestendo per portarla a spasso quando, sull’uscio, si accasciò.
        Non avvertii lui, presi Jack per condurla nel prato più bello, la feci rotolare sull’erba, il corpo ancora caldo, la accarezzai e le raccontai la favola della fanciulla dall’anima diversa, che sapeva parlare solo con se stessa e che non capiva il linguaggio di chi la circondava;
così, la fanciulla si ritirò in un eremo d’oro, in cui esistevano solo l’aria sufficiente per i suoi polmoni e lo spazio magico ed infinito per i suoi simboli di affetto.
        Quando Jack si raffreddò e si irrigidì, andai a cercare legna, ne feci una pira, donai il suo corpo al vento e piansi, finché il fuoco non si stancò. Allora, diedi sepoltura a Jack, facendola correre sul prato, sulle radici grandi degli alberi, sul fiume che scorreva vicino, sotto le nuvole bianche che ci sovrastavano. Le nuvole si scurirono del suo colore ormai grigio e iniziarono a piangere con me.
Tornai a casa molto dopo il tramonto; il mio quasi ex-marito aspettava davanti al portone lo scodinzolio della sua cagnolina, mentre dovette accettare le mie guance rigate.
        Non parlò per tutta la notte, rimase con me in terra, sul tappeto, di fronte alla tv silente e alle corde della chitarra pizzicate senza attenzione; all’alba mi chiese di portarlo nel prato e lì di lasciarlo solo. Io tornai a casa ad ascoltare la musica dei pellerossa ed a farmi una ragione del fatto accaduto. Fu lì che capii il motivo che mi rendeva così scontrosa nei confronti dei cani: ti rubano un pezzo di cuore, come il migliore degli amanti, ma ti lasciano quando tu avresti ancora voglia di amarli. Come un tradimento. (...)

andreas.torena@katamail.com

Già pubblicati: Il Magico e il Vero, Edizioni Periodiche Italiane, Milano, 2002