Andreas Torena
Carezze di Tigre

E’ il tardo pomeriggio del 31 di Dicembre. Cammino per le vie di Milano. In  giro non c’è  un  cane. Solo taxi veloci che portano a casa i ritardatari dell’intimo rosso preso di fretta nell’ultimo negozio del centro che sta chiudendo. La polizia gira lenta, i tram sfrecciano senza timore di investire i passanti, che non ci sono, i bar spengono le insegne, lasciando le luminarie accese, per tradizione. Ebbene si, anche nella frenetica Milano permane un sentore di tradizione. Ho lasciato l’auto in Porta Ticinese e sono andato a piedi fino in Duomo. Finché c’era il sole, è stato piacevole passeggiare, ma adesso il sole si è eclissato e il vento si è fatto gelido. Tiro su il bavero del cappotto, che ovviamente non basta a scaldarmi; vorrei un cappuccino bollente, ma i bar mi abbassano le cler sul naso; penso di infilarmi in un cinema, ma su Corso Italia non ce n’è. Cammino da mezza giornata. Non ho fatto altro che osservare. Strana la città vista dal di fuori dell’indifferenza che mi pervade. Io sono abituato ad andare in centro per trattare di affari, su direttive del capo, e il vezzo dello shopping mi è estraneo; ordino in rete anche le due bistecche che cucino male nei we solitari e le scarpe non le compro più in Via Torino, ma su www.

Da Corso di Porta Romana, dove ho fatto un salto, mal sperando di trovare aperta la mia libreria preferita, passo alla circonvallazione interna per arrivare più in fretta all’auto. Sto desiderando il tepore del mio abitacolo, che si riscalda in pochi secondi.

Non c’è veramente nessuno in giro.

Fino a dieci minuti fa, le vie erano gremite di passanti, poi si sono tutti rifugiati in casa, a prepararsi per la notte di S. Silvestro. Mi manca poco, a passo veloce ancora un quarto d’ora.

Un anno fa avrei impiegato non meno di un’ora per tornare al parcheggio, ma oggi non ho più affianco quella bambina, che si ostinava a mettere i tacchi anche per scendere a comprare il pane.

Le finestre degli uffici sono illuminate solo dalla luce rossa degli antifurto, come mi diventa rosso ogni semaforo pedonale che incontro. Come se volessero costringermi a restare in giro, a non tornare a casa.

In fondo, cos’ho da fare a casa. Il cane ha il suo giardinetto, i pesci sono ben nutriti dal marchingegno ultimo modello che gira nell’acquario, il gatto se ne starà sornione nella cuccia ricavata dagli abiti che non metto più, ben riposti in un cartone di birra che non avevo voglia di portare in cortile, nel raccoglitore differenziato dei rifiuti. Persino Birba, il cavallo, ha il suo paddock pieno di acqua e fieno. Sono tutti tranquilli. Posso continuare a gelare qua fuori.

Attraverso Piazza Vetra per fare più in fretta, ma a che pro, mi chiedo. Lo faccio e basta. Pessima idea: le mie scarpe, perfettamente lucidate dal ragazzo che mi tiene in ordine la casa e gli armadi, affondano in una pozzanghera di fango. Ora ho freddo anche ai piedi. Sono vicino all’auto, ma il gelo mi sta divorando, così entro nel Mac di Porta Ticinese, vado in bagno ad asciugarmi e chiedo un caffè. Entro nei Mac solo per andare in bagno, visto che sono i più puliti del mondo, e per bere un sano caffè americano; non oserei mai mangiare i loro panini, che sanno di cadavere.

Sento il fango fino alle ginocchia. Che schifo. Devo correre a casa e buttarmi sotto la doccia. L’auto è veramente vicina. Lascio la tazza di carta sul tavolo; non si fa nei Mac, ma stasera è festa e me ne frego. Esco ancora al gelo e faccio gli ultimi passi verso il parcheggio.

 

Ieri ho compiuto trentasette anni. Averli e non sentirli. Nel senso che non sento il passare del tempo, perché sono troppo indaffarato a sopravvivere. Dal Mac all’auto, alzo lo sguardo. Le finestre illuminate in Porta Ticinese. Immagino fanciulle che si sporcano la faccia davanti agli stessi  specchi delle madri, che si imbellettavano per un maschio scomparso e uno trovato  per convenienza. Immagino le  stesse fanciulle a farsi belle per un perfetto  sconosciuto. Immagino. Una vita che avrei desiderato e che mi si è negata.

Sissi era una bambina troppo irruente e volitiva per i miei ritmi di impiegato rassegnato. Così, esattamente un anno fa, si è svegliata, mi ha baciato, mi ha affidato cane, gatto, pesci e cavallo e se n’è andata. “Torno presto”, disse, ma sentivo che quel presto si sarebbe rivelavo un lasso di tempo insostenibile per il mio cuore solitario di uomo normale di mezza età. “Vado via per lavoro, vado in Canada. Ti chiamo quando arrivo. Ciao.” Ha chiamato, Sissi. Sissi mantiene sempre la parola data.

A differenza mia, che dico una cosa e poi la temo. Quella bambina mi ha insegnato molte cose. Tra le altre, l’amore.

Mentre raggiungo il parcheggio, continuo a guardare in alto i palazzi, che aprono sguardi di finestre biondo cenere. Immagino i bagni in cui madre e figlio, padre e figlia, lottano per un quarto di specchio in cui ammirarsi e sistemare l’ultimo ciuffo ribelle; immagino il cane di casa che si chiede cosa stia accadendo. Tranquillo, cucciolo, stasera c’è un piatto speciale anche per te. Ti vogliono bene, sai, anche se, tra imbelletti e abiti complicati da indossare, non si direbbe. Ma, sai, c’è la fidanzatina del figlio maggiore che si presenta in casa e la mamma vuole far bella figura, così ti abbandona nella cuccia e ti chiede di stare muto, il tempo di sistemare quel girocollo che ormai le va stretto, ma che fa tanta scena. Sai, la ragazza è una tipa di buona famiglia, abituata agli allori del fasto. Cucciolo, tranquillo, il tuo Ambrogio ti porterà con sé nella casa nuziale. Sperando che l’affare vada in porto.

Ebbene si, gli affari scivolano anche nella sfera magica dei sentimenti, in questa metropoli italiana, che si atteggia a Lugano del Sud. Le tradizioni delle luminarie forse sono rimaste per un ingegnoso piano di marketing.

Noi non siamo realmente così, ma ci siamo abituati e fingiamo di goderne, mentre nei sogni ci diciamo, sottovoce, “aneme e core”. Ma così tanto a voce bassa che neanche Psiche, sempre vigile, ci sente.


Gli ultimi bagliori del crepuscolo si sono spenti. Ora passeggio sotto la Luna. Affondo i passi nelle pozzanghere delle ultime duecento piogge, che, negli inverni milanesi, non hanno modo di asciugarsi. Ma tanto, sporco per sporco..

Porta Ticinese sa di pesce, come sempre. Entro nel mercato comunale, il più caro di tutta Milano, compro due tranci di pesce spada e olive nere. È per la nostra cena di fine anno. Gatto ama le olive, anche se non le mangia: ci gioca, si diverte moltissimo a farle rotolare sul pavimento per poi nasconderle nei pochi centimetri che separano la scarpiera dal pavimento, insieme a tutto il resto del suo bottino. Il pesce spada è per Cane, che lo annusa e lo divora, senza sapere bene cosa sia. Per me, taglierò qualche boccone di prosciutto crudo, mentre Birba mi farà le feste, come dovrebbe fare il cane, ma Cane mi ignora: era legato a Sissi e io sono rimasto per convenienza.

Anche i pesci mi ignorano; quando c’era Sissi, si avvicinavano al vetro col muso, ora si limitano a guardarmi di lato, com’è loro natura.

Fa un freddo veramente boia. Ho voglia di una doccia bollente, di un altro caffè americano. Ho voglia di stare a nanna, con il gatto che mi stropiccia i capelli, prima di realizzare che non sono la sua donna preferita.

Quando i capelli me li stropicciava Sissi, era meglio, ma Sissi non c’è più.

Dal Canada è finita in Islanda. Sissi lavora e ha ambizioni, che io non ha mai neanche sognato. Così ci siamo persi.

Io sono un uomo tranquillo, che, a poche ore dal Capodanno, osserva la città silente.

Milano è strana. Appare fredda e crudele, avvezza solo agli affari, invece Milano è una città come tutte, dove esistono famiglie e camini, di fronte ai quali ci si siede per raccontarsi. O, forse, me ne illudo. È che le finestre chiare mi confortano. Allontano il parcheggio per osservare più attentamente le mie vie. Immagino ancora donne e mariti e figli che si fanno belli davanti a specchi puliti.  Sarà un bel Capodanno, per chi lo festeggerà.

Io tornerò a casa, mi addormenterò di fronte al camino spento e l’ultimo pensiero si chiamerà Sissi, trapassato remoto, per me.

Non l’ho saputa tenere. Mentre il vento insiste a ferirmi, ripenso al suo sorriso, ai suoi occhi verdemare, alla sua gioia di vivere, alla sua bocca che sa pronunciare solo pillole di saggezza. Penso alle  sue curve perfette e mi chiedo come abbia potuto affezionarsi a me. Io sono un uomo normale, che si fa notare solo per la goffaggine, che c’entro con quella bellezza giovane, che morde la vita a ogni istante.

Imbocco Via Sambuco: era qui che avevamo scelto la casa per la nostra vita insieme. Ovviamente, l’agenzia ha venduto quella casa a un altro. Mi aveva telefonato paio di volte ancora e io un paio di volte mi ero negato, dicendo “La chiamo più tardi.” In realtà, non avrei saputo cosa dire: Sissi se ne era appena andata e non potevo sapere per quanto tempo sarei rimasto in attesa del suo ritorno. Quella casa era stata scelta assieme e senza di lei non aveva motivo di essere acquistata.

Mi allontano verso Via Calatafimi. Qui c’è un pezzo dalla Bocconi, la mia Università. Venivo in Via Calatafimi per i corsi e gli esami di lingue straniere. Seguivo anche i corsi di esami che non avrei mai sostenuto: mi piacevano molto le lingue e mi riusciva semplice impararle, così barattavo l’esame di giapponese con quello di contabilità, che non ho mai capito, la prova di russo con l’idoneità di matematica finanziaria, che non ebbi mai tempo di approfondire. È stato l’unico stravolgimento della mia vita regolare.

Sissi stravolgeva ogni cosa: andava al supermarket e si riempiva la borsa di creme e cioccolato che non aveva intenzione di pagare; entrava nei centri commerciali e “prelevava” un po’ di tutto, fino ad avere le tasche rigonfie. Così, senza un motivo preciso, solo per gioco. Una volta che la beccarono, si mise a ridere, disse “Volevo solo giocare!” e la polizia le diede una pacca sulle spalle, io dietro che morivo di vergogna.

Per i trentacinque anni, mi regalò una pietra preziosa, molto preziosa.

“Dove l’hai rubata?”

“Ho lavorato sodo negli ultimi tre mesi, apposta per prenderti questo gioiello. Mi sarebbe stato impossibile rubarlo: ho studiato ogni mossa, ma era troppo ben custodito. Così ho lavorato. In fondo, cosa sono tre mesi di ripetizioni a confronto del sorriso dell’uomo che ami. Si, ma ridi!”, gridò, rotolandomi sul tappeto.  Mi spogliò davanti al camino acceso e mi chiese di darle un figlio.

Io, come sempre, ebbi timore delle mie azioni e Sissi non mi cercò più. Un anno dopo mi diede l’ultimo bacio.


Continuo a tenere lo sguardo fisso sulle finestre illuminate di Milano. Sto attraversando via S. Luca, che mi riporta in Corso Italia. Poi tornerò indietro, ancora verso i Navigli. Come in un circolo vizioso, come mi sembra sia la mia vita. Il pesce in mano comincia a pesarmi. Mi affretto verso il parcheggio, stavolta davvero.

Sento vibrare il cellulare. Chiunque tu sia, ti richiamo; ora è troppo complicato raggiungere la tasca interna della giacca. Dovrei aprire il cappotto, sbottonare il gilet, intrufolarmi tra la stoffa liscia della camicia e l’interno più ruvido della giacca; magari nel mentre avrai interrotto la chiamata e io mi sarò beccato un accidente per il freddo, che si sarà avvinghiato alla mia carne, scivolando, impietoso, tra i primi rotoli di grasso che mi coprono il petto.. dai, ti richiamo.

Vedo l’auto: è l’ultima rimasta nel parcheggio; devono aver messo nei box le limousine, per preservarle dalle follie della notte di fine anno. Non siamo a Napoli, ma siamo pazzi anche qua, quando c’è da festeggiare.

Festeggiare cosa, mi chiedo. Il tempo che passa e che non torna. La vita che ci scivola di mano e non si fa trattenere. È cinico festeggiare la morte che, inesorabile, si avvicina, magari, come per me, senza neanche concederti l’attimo di gloria con la donna che hai amato. Beh, no, non è realmente così: l’attimo mi fu concesso, fu solo colpa mia.

Se avessi mostrato un po’ di brio, un minimo di ambizione.. se avessi finto di ridere davvero, una volta almeno.

Alzo ancora gli occhi, stavolta al cielo, alla Luna, che mi guarda da sempre con occhi tristi. L’ho vista sorridere solo la sera in cui conobbi Sissi.

 

Era la sera di Halloween, quella festa nordica che ci ostiniamo a festeggiare come nostra. Sissi era vestita di azzurro e correva su Viale Col di Lana con un gruppo di amiche. Inciampò sul mio ombrello stretto nella mano destra e si aggrappò alle mie spalle per non cadere in terra. In seguito, mi disse: “fu un colpo di  fulmine”, ma la verità è che decise lei anche per me.

“Mi perdoni! Ma che ci fa con un ombrello, stasera? Il cielo è limpido e le nubi piagnucolose sono altrove! Guardi che Luna e come sorride! Su, venga con noi! Le offro un drink, così mi faccio perdonare dello strattone!”.

Mi trascinò con le sue amiche. Non ebbi modo di ribadire che l’ombrello a Novembre e a Milano è bene averlo sempre con sé; non ebbi modo di dirle che stavo tornando a casa, che avevo dei lavoretti domestici da sbrigare, non ebbi modo di chiederle se mi stava prendendo in giro: “Trick or Track?”

Mi spinse nel Fanfulla e mi fece servire un beverone pesante, che mi prese fuoco sotto il naso, con mio sublime terrore. Non entravo in un pub dai tempi dell’Università e non ero più avvezzo alle follie dei giovani.

“È un B-52 doppio. Non c’è niente di meglio per chieder scusa. Però, anche tu, con l’ombrello stasera! Ti ho fatto molto male alle spalle?”

“No, figurati. Sono abituato a farmi frustare da unghia di tigre.”

Sissi indossava una maschera felina, perfettamente corredata di unghia, coda e frustino alla Justine. Mi aveva solo strappato una manica del cappotto.

“Ti ringrazio del drink, ma ora devo andare. Buona serata.”

“Aspetta! Dimmi dove abiti. Non sai che stanotte le streghe portano doni nelle case che offrono loro un po’ di fuoco e una tazza di vino?”

Mi incastrò col camino: l’avevo appena collaudato e mi stavo chiedendo come sarebbe stato avere affianco una donna, mentre le fiamme ci danzavano davanti. Le avevo dato il mio indirizzo ed ero fuggito dal frastuono del locale, per finire in quello più sopportabile del Naviglio Grande, durante la notte delle streghe.

Ero tornato a casa di filato, a stirare la pila di camicie che mi attendeva da giorni. Avevo fatto una doccia, dato un’attizzata al camino e scelto il libro della buona notte. Al secondo capitolo stavo già sbadigliando: era Umberto Eco, il mio sonnifero preferito. Mentre aspettavo che le fiamme si assottigliassero, Sissi bussò alla porta. Decisamente, non era una che scherzava. Questa fu la prima sua caratteristica, che adorai e temetti insieme.

“Ragazza, io potrei essere un terribile stupratore.” Le avevo detto, aprendole il cancello.

“No, non ne hai la faccia. E poi, io potrei essere un topo d’appartamenti o un’infiltrata dell’Anonima Sequestri. Guarda che bella casa...” Mi aveva detto, lasciandomi in braccio il cappotto leggero, coperto di lustrini a forma di occhi di tigre.

“Dove sono le tue amiche?”

“Le ho mandate a casa. Voglio far due chiacchere con te. Da soli.

“E potrei conoscerne il motivo?”

“Il tuo sguardo mi ha conquistato.”

L’avevo fatta accomodare in cucina: ero timoroso di condurla davanti al camino.

“Io non ho quella roba che piace a te; ho solo caffè e tisane.”

“Il caffè va benissimo. Molto lungo, all’americana, e amaro. Grazie. Come ti chiami? Non te l’ho chiesto al Fanfulla.”

“Mi chiamo Serio.”

Ebbene si, mi chiamo Serio. Di nome e di fatto. Fu un errore di battitura all’anagrafe, così mi ritrovo questa identità mediocre, che mi sta a pennello. Ho sempre sostenuto che il nome di battesimo ti forgia il carattere. Guardate Sissi.

“E tu? Il tuo nome?”

“Io sono Sissi.”

Appunto. Un nome che ti mette addosso l’argento vivo.

Quella prima sera, Sissi non fece che obiettare le mie scelte di vita e i miei modi da orso gentile, poi, quando il cielo si andava schiarendo e dopo il suo ventesimo caffè, mi saltò in braccio, mi indicò la via verso il camino, di cui sentiva l’odore, come una tigre vera, e facemmo l’amore fino a mezzogiorno. 

Quando mi svegliai, Sissi aveva rigovernato la cucina e il salotto, aveva rinvigorito la fiamma del camino, mi aveva coperto con una caldo pile stampato di delfini e mi stava servendo la colazione, la tazza di caffè in una mano, nell’altra un vassoio di cioccolatini, presi nella pasticceria vicina. Aveva indosso il mio accappatoio; sotto il cappuccio, i capelli bagnati.

Impiegai molti sospiri per realizzare quanto mi stava accadendo. Serio non aveva mai avuto una compagna, almeno non una che si prendesse così cura di lui. Le mie poche donne si erano rivelate opportuniste, che usavano il mio corpo e casa mia per la prestanza del primo e la comoda collocazione logistica della seconda. Il primo aspetto poteva anche farmi piacere, ma mi ero spesso inventato questa mia interessante caratteristica per non ammettere a me stesso che quelle opportuniste ricambiavano l’ospitalità con le loro attenzioni di gomma, lusingandomi per ricompensa ed eclissandosi al trillo della sveglia per il nuovo, vero, affare, che venivano a trattare nella mia città. Ad affare concluso, ripartivano, senza neanche una telefonata. Fino al seguente appuntamento milanese. Non so ancora per quale motivo permettessi a quelle donne di usarmi. Ma, a volte, la solitudine è così pesante, che ti vendi per due ore di parole, anche alla persona più viscida di questo mondo.

 

Accendo finalmente il motore. Punto il riscaldamento verso il basso, a scaldarmi i piedi, ridotti a stalagmiti di fango intirizzito. Poso il sacchetto con dentro la cena sul sedile posteriore e aspetto che la temperatura inizi a salire. Quando mi scaldo un po’, apro il cappotto, metto la cintura e inforco la prima: di solito sei costretto a uscire in retro, ma stasera sono l’ultimo utente del parcheggio sempre gremito di Porta Ticinese. Lo percorro come stessi giocando a rimpiattino, zigzagando tra i rettangoli di gesso che delimitano i posteggi. Quando imbocco il Naviglio Pavese, che mi porta a casa, accelero, quasi a occhi chiusi. Tanto ho la strada tutta per me. Abito in fondo al Naviglio, a uno sputo da Famagosta, delle autostrade e delle tangenziali.

Una bella villetta su due piani, un ampio giardino con le staccionate per i salti di Birba, la cuccia formato famiglia di Cane e un boschetto di una quindicina di alberi per le arrampicate di Gatto, tra i nidi dei poveri uccellini. Avevamo deciso di spostarci in Via Sambuco per via dei quartieri cablati, che ancora non comprendevano casa mia. Per me non era un grosso problema, ma Sissi lavorava moltissimo da casa e, senza il collegamento veloce in rete, si sentiva un po’ troppo limitata.

Svolto a destra verso Viale Famagosta. Ancora mezzo chilometro.

Aziono il telecomando per aprire il cancello e il box, sento i pneumatici calpestare l’acciottolato con un suono diverso da quello che fanno sull’asfalto, richiudo il cancello, parcheggio, spengo il motore, scendo ed entro in casa, attraverso la porta antincendio, che conduce direttamente alla cucina. Cane e Gatto si sollevano pigri e si avvicinano alle ciotole, ancora prede dei sogni. Birba si affaccia alla finestra chiusa della cucina, in attesa che gli apra e gli stropicci le froge. Rimando carezze e pappe, appoggio in frigorifero l’incarto con pesce e olive e mi fiondo in doccia. Lascio cadere sul pavimento gli abiti sporchi, attento solo a riporre il cappotto sullo stand di fianco all’armadio, dove ho cura di appendere le stoffe pulite che riutilizzerò, senza bisogno di tintoria. Mentre entro in bagno, mi accorgo che anche il cappotto è sporco di fango. Farò lavare anche quello. Apro i rubinetti della doccia e comincio a star meglio. Se c’è una cosa che amo fare, è passare sotto il getto bollente dell’acqua tutto il tempo che voglio.

Sto prendendo il flacone della doccia schiuma, quando sento vibrare e suonare il cellulare. Spero non sia la persona di prima e, anche se così fosse, devi aspettare ancora. Mi auguro tu abbia il numero in chiaro, per poterti richiamare, sennò penserai che sono uno di quei tipi loschi, che hanno timore di rispondere alle chiamate in anonimo. Ma, se mi conosci un po’, questo pensiero non ti sfiorerà.

Gatto si avvicina al bagno. Come tutti i gatti, non sopporta essere schizzato d’acqua e, se rischia l’impresa, è solo perché ha veramente fame. Con il passare degli anni, i gatti perdono la sensibilità ai morsi della fame e masticherebbero tutto il giorno, notte compresa. Arrivo, Gatto. Sissi si è molto raccomandata che ti trattassi con i guanti bianchi e lo sto facendo. A differenza tua, che non mi fai le fusa, come facevi con lei, neanche quando ti nutro e ti riempio la ciotola di acqua fresca.

Mi avvolgo nell’accappatoio e scendo in cucina. Stasera mi accendo anche il camino. E una sigaretta. Presi il vizio quando Sissi abitava con me. Fumo di rado e me lo gusto. Apro la finestra per la dose di carezze a Birba, che se le merita, riempio le ciotole di Cane e Gatto, do fuoco al diavoletto e mi lascio andare sulla poltrona più vicina alla fiamma, che molti mesi addietro, ha sostituito il divano, spostato più in là, tanto, da solo, una poltrona basta. Ma ho le sigarette nello studio, così mi rialzo e vado a prenderle. Mi torna in mente il cellulare. Bene, ora vediamo chi mi ha cercato. Vado di sopra, prelevo l’apparecchio dal mucchio di giacca, calzini, camicia e cravatta da lavare, torno da basso nello studio a cercare accendino e sigarette, sempre nell’angolo più dimenticato del cassetto più lontano, e mi rimetto a sedere di fronte al camino, ormai a pieno regime.

Peccato non ricordi mai come sfogliare l’elenco delle chiamate non risposte. Impiego un buon quarto d’ora e la sigaretta fa in tempo a consumarsi nel posacenere. Ne accenderò un’altra. In fondo, è il mio Capodanno e posso concedermi qualunque sfizio. Dopo faticoso ingegno, trovo l’ultima chiamata non risposta. Numero anonimo, ovviamente. La penultima sarà uguale. No. La penultima è.. Sissi.. arriva un sms. Quelli li so leggere al volo. Dice: “Con il numero in chiaro non ha risposto. In anonimo ancora nulla. Sissi ha avuto un incidente e continua a fare il suo nome. Chiami. Maghnus”

Mi si gela il sangue. La fiamma stessa mi appare gelida, il tempo si ferma, come in una fiaba tetra. Chiamo. Chiunque sia questo Maghnus, che le stia vicino e la tenga sveglia fino al mio arrivo. Mentre conto, impaziente, gli squilli, mi collego in rete e cerco il primo volo per Oslo. Ora so perché Sissi insisteva per il collegamento veloce. Questo ti rallenta la vita. Nel mentre, anche il mio quartiere è stato raggiunto dalla linea veloce, ma, per pigrizia, non ho mai firmato quel maledetto contratto. Cazzo! Non è un termine che uso, di solito. Scusatemi, ma Sissi sta male e chiede di me e io sono lontano dieci ore di volo ed è inverno e lassù sarà tutto bloccato dalla neve. Rispondi, Maghnus, chiunque tu sia.

Risponde al settimo squillo, l’ultimo che ti concedono i fornitori del servizio di telefonia, prima di interrompere l’inoltro di chiamata.

“Sono Serio. Cosa è successo a Sissi?”

“Sono Maghnus, il medico che la sta curando. Prenda il primo volo e venga a Reykjavik.”

E io che cercavo Oslo. Ignorante che non sono altro.

“Cosa è successo?”

“In aeroporto. Stava partendo per lavoro. Un fulmine le ha tolto il fiato. In ospedale ci sono altre quarantanove persone nel suo stato. Chi meglio, chi peggio. Sissi è tra i più gravi. Non esiti oltre. Chiunque sia per lei, parta. Adesso.”

“Sto cercando il primo volo. Mi vesto in un istante.”

“No. Prima.”

Mentre interrompo la chiamata, sono già infilato in un paio di jeans e un maglione pesante. Prendo lo zaino dell’Università, lo riempio di mutande e calzini, altri maglioni grossi e fuggo in box. In rete non ho trovato un bel niente: non sono capace di far nulla quando sono in preda all’ansia, ma in Malpensa sapranno dirmi qualcosa. Cazzo! Proprio ora le strade cominciano a riempirsi dei festanti che vanno ad affollare i ristoranti del Cenone. I taxi. I taxi sono più veloci, sulle corsie preferenziali che hanno. Parcheggio in divieto di tutto e blocco la prima auto gialla con la scritta “taxi” accesa.

“Malpensa, il più in fretta che può.”

“È un po’ in ritardo per un Cenone dall’altra parte del mondo, non crede?”

Ironico.

“Sono in ritardo con la vita. Corra!”

Il tassista non parla più. Richiama Maghnus.

“A che punto è?”

“Sono in taxi, per arrivare prima in aeroporto. Lei come sta?”

“Male. La chiamo per dirle che la fretta potrebbe non servire più tra pochi minuti.”

Non è possibile. Sissi è la donna più forte del mondo.

“Mi prenoti un volo. Prenda carta e penna, le do i miei dati.”

Detto numero e scadenza della carta di credito, urlo ancora al tassista di volare verso Malpensa. In risposta mi tengo un grugnito: “I clienti hanno sempre fretta.”

Ancora il cellulare.

“Il suo volo parte tra un’ora e mezza. A mezzanotte in punto. Ce la fa?”

“Si. Mi dia il numero di prenotazione.”

“01. È l’unico passeggero. Stavano annullando il volo, ma ho insistito e, data l’urgenza, hanno acconsentito.”

“Grazie a Dio. Corra, la supplico! Come sta lei?”

“Sta.”

Maghnus attacca, senza altro aggiungere.

Metto in spalla lo zaino prima ancora che il taxi si liberi della tangenziale, pago con un biglietto da cento che sicuramente è più che sufficiente, infilandolo tra i pacchetti di chewin-gum che troneggiano sul cruscotto e, appena l’auto si ferma, fuggo verso l’imbarco.

La burocrazia sa uccidere. Corro sulla pista, mi arrampico sulla scaletta e prego un dio solo mio che l’aereo vada più veloce della luce. L’hostess e lo stewart sorridono con bianche dentature che vorrei sfondare, mi chiedono di allacciare le cinture, mentre io vorrei vederli morti. Non per cattiveria, ma perché non servono graziosi consigli, in certi momenti. Dite al pilota di decollare, se proprio volete rendervi utili, e di correre, di volare a Reykjavik, dove Sissi mi sta aspettando.

“Andiamo! Cazzo! Le cinture le ho allacciate! Non li voglio i vostri panini e neanche le vostre bibite piene di zucchero nauseante! Voglio andare da Sissi!”

Non sono più in me. Non mi ero mai imposto in maniera così prepotente e volgare, ma Sissi mi sta chiamando, dal suo letto d’ospedale, con il fiato corto. Sissi mi aspetta e io non ho tempo da perdere con queste facce di pietra, mummificate nella cortesia, per uso, per forma. Per cazzate.

 

“Allora ci tieni davvero a me?”

La sua voce, alle mie spalle.

Mi volto, il cuore che scoppia.

“Sissi.. Stai bene..”

“Si, tesoro, stavo bene in parte, finché Maghnus non mi ha raccontato delle vostre conversazioni telefoniche. Quindi, se è davvero importante, sai decidere in fretta il da farsi.”

“Sissi.. hai inventato tutto? Era tutta una bufala per.. per mettermi alla prova?”

“Si. E adesso rispondi. Vuoi passare con me tutto il resto della nostra vita? Vuoi darmi il figlio che ti ho chiesto dodici mesi fa? Mi ami davvero, senza paure e timori e sciocchezza che ti fanno solo rimandare le cose più importanti? Rispondi. Ora.”

“Sissi, mi prendi così, alla sprovvista..”

“La tua indecisione mi ha allontanata già una volta. Questa è l’ultima possibilità che ti do.”

“Sissi, io ti amo..”

“Ma..?”

“Ma, così.. su due piedi..”

“Dentro o fuori. Non ho mezzi termini e lo sai.”

“E il lavoro? io sono a Milano, tu in questo mondo straniero..”

“Io ti porto con me. Guadagno a sufficienza per mantenere le prossime tre generazioni. Se lo vuoi.”

“Sissi..”

“Si?”

“Ma, io a Milano sto bene e poi, la casa, i tuoi –bambini a quattro zampe e con le branchie- come dicevi, ricordi?”

“C’è posto anche per loro. Come puoi pensare che li dimentichi. Ma tu. Tu cosa vuoi.”

“Voglio stare con te.”

“Allora, Capitano! Parta. Prendiamo la rotta per l’Islanda, che, ancora per un po’, sarà la nostra Patria! Poi mi mandano in Brasile. Il Brasile è una bella terra, sai? Ci sono stata per un sopralluogo. Si. Decisamente carina. E calda, come piace a te.”

 

Mi baciò, tutto il tempo che occorse al Capitano per inserire il pilota automatico, poi il Capitano venne tra le nostre poltrone e ci unì in matrimonio.

Mi sentivo un po’ intrappolato dai tentacoli di una piovra, cui non vuoi ribellarti.

 

Sissi ha ottenuto esattamente quello che voleva: il suo uomo, la sua cariera, il figlio, che nacque sette mesi dopo e visse in una incubatrice, il tempo sufficiente a noi per arredargli la cameretta, i suoi bambini a quattro zampe e con le branchie, una casa nel quartiere cablato di Reykjavik.

Io ho ottenuto una vita diversa. Una gran bella vita.

Ho scoperto di essere capacissimo di mandare al diavolo chi e quanto mi dava fastidio, come il capo, che si è beccato un due di picche dell’altro mondo, con mia enorme soddisfazione, soprattutto quando scoprii che mi aveva sempre pagato un centesimo di quanto gli rendevo.

Dall’Islanda, ci spostammo in Brasile, poi in Austria.

Sissi continuava a occuparsi delle sue ricerche sui nuovi mercati per una Compagnia francese. Lavorava da casa e curava nove Gatti, quattro Cani, tre Birbe, un acquario di acqua dolce, uno di acqua marina e sette figli, quattro maschi e tre femmine. Io presi a fare la sola cosa che ho sempre saputo fare, senza sapermelo dire: dipingere. Con discreto successo. Nel mentre, Sissi scriveva favole, per i nostri figli e per i bambini di tutto il mondo.

Una volta all’anno andiamo a raccontarle alle tribù di posti meno ricchi del cuore dell’Europa.

Oggi ho settant’anni, Sissi ne ha cinquantatre. I nostri molti figli a quattro zampe e con le branchie sono scomparsi e rinati con altri nomi. I figli che abbiamo concepito sono splendidi uomini e donne che hanno preso più da lei che da me. Non chiedevo di meglio. Ora abitiamo a Genova, in Italia. Una bella mansarda, tra i carruggi. Io e lei, i figli lontani per lavoro e per amore. I pesci sono in casa con noi, cani e gatti sul terrazzo, tre volte più ampio della mansarda, i cavalli sono in un maneggio alle porte di Chiavari.

A Capodanno, siamo sempre con Maghnus e la moglie Katrina, che hanno quattro figli: due femmine gemelle e due maschi, anche loro sempre in giro, nel giro della vita.

Signori, la vita è un gioco strano. Bello e curioso. Una roulette su cui vale la pena di puntare.  

Dedicato a chi ha paura.
Che se ne liberi, e tiri fuori le Fiches.

andreas.torena@katamail.com

Già pubblicati: Il Magico e il Vero, Edizioni Periodiche Italiane, Milano, 2002