Mousemoon
C'era un Simone con la valigia


"Voltato l'angolo forse si trova
un ignoto portale o una strada nuova;
spesso ho tirato oltre, ma chissà,
finalmente il giorno giungerà,
e sarò condotto dalla fortuna
a est del sole, ad ovest della luna!"

Simone era quel che si dice, un tipo parecchio sbarellato.
In realtà, ai tempi in cui lo conobbi io, era uno di quei ragazzi un po' rachitici che cercano di non dare nell'occhio per non farsi menare già il primo giorno di scuola.
Se ne stava seduto nel suo penultimo banco, stampato contro il muro con lo sguardo periferico, troppo poco secchione per mettersi al primo e troppo poco fico per osar occupare l'ultimo.
Insomma, quel che si dice, una sana via di mezzo.
E mentre l'osservavo, con l'occhio del futuro grande esperto dell'immagine, pensavo già
allora, che quel ragazzo era davvero un gran bel potenziale.
E così, un bel giorno glielo dissi.
Lo bloccai sulla porta dei bagni una mattina pallosissima fra l'ora di fisica e quella d'inglese.
"Hai un gran potenziale Meril" così gli dissi.
Lui si voltò lentamente e con uno sguardo da Messia sul punto di rivelarsi rispose:
"lo so". Poi si girò e proseguì fino alla porta della classe. Si bloccò in fermo immagine sulla maniglia e si rivoltò fissandomi dritto negli occhi.
"E non chiamarmi Meril" aggiunse, "io sono Il Mitico."
Rimasi lì impalato come un pirla.

E, che ci crediate o meno, fu proprio in quella mattina pallosissima, fra l'ora di fisica e quella d'inglese (nella quale per altro fui interrogato e presi il solito quattro al cinque), che nacque il Mitico ed insieme a lui, un'amicizia degna di restare scritta nella storia.
Prima di quel momento in realtà Simone non aveva mai pensato di diventare un mito, gli venne in mente così, all'improvviso, come quei temporali d'estate, giusto per non impazzire, dentro quel cielo quadrato e monovolume che si vedeva sempre dalle nostre finestre e soprattutto da quel suo banco a metà fra lo sfigato ed il sublime. Un po' come nella vita.
C'è gente che rimane lì in mezzo senza decidersi fino alla morte, e gente, più rara, come il Mitico, che invece, ad un certo punto non ci sta più a rimanere in quel logorio di mediocrità e si dice: ok, o tutto o niente fratello, e siccome il niente alla lunga fa anche abbastanza schifo e si sospetta faccia pure venire i brufoli per via delle abnormi quantità di cioccolata che la depressione ti spinge ad ingurgitare clandestinamente, io opterei decisamente per il tutto, che alla fine, e checché se ne dica, è molto ma molto meglio.
Così accadde che il Mitico si guadagnò senza il minimo sforzo, l'ultimo banco in fondo vicino alla finestra (meta ambita da ogni ragazzo sulla faccia del pianeta), ed in prima superiore, divenne il rappresentante d'istituto più giovane e fico della storia del liceo scientifico Guglielmo Marconi a memoria di studente.
Sì insomma, quel che si dice un'istituzione, che però è una parola che nello spirito contestatore delle scuole superiori è sinonimo di nemico, e dunque cerchiamo di usarla poco e pure sottovoce.
La grandiosità che fece leggenda, fu che il Mitico non si adattò mai a nessuna moda o corrente di pensiero che allora, come adesso, travolgeva tutti gli altri comuni mortali.
Lui non cambiò modo di vestire né di pensare, lui creò, dal nulla, qualcosa che si rivelò essere molto più che una moda: si trattava di una vera e propria filosofia di vita, di quelle di cui forse discutono all'università (io però ho studiato design, dove della filosofia non ne sa un accidente nessuno), che non trova nel semplice raziocinio, nessuna risposta soddisfacente e che io battezzai, per comodità, la "filosofia delle stagioni".
Una mattina si avvicinò ad Ernesto, incontestato occupatore del famoso ultimo banco, e gli disse:
"Alzati, quello è il mio posto".
Il malcapitato lo guardò con denigratoria sufficienza.
"E da quando?" gli chiese in tono strafottente.
Il Mitico gli si avvicinò fino a farlo diventare strabico e rispose:
"Da adesso".
Ora, non so se fu l'alito fetido che aveva quella mattina, o il tono della voce, o qualche raggio magnetico alla Gig Robot che nascondeva negli occhi, o che altro ancora, ma fatto sta che Ernesto si alzò senza dire nulla ed andò a occupare il banco della mediocre via di mezzo.
In men che non si dica, sotto precisa volontà del Mitico, cambiai di posto anch'io e gli sedetti accanto. Insieme diventammo una forza della natura.
Quell'estate andammo in campeggio insieme, ed il Mitico inaugurò la "Stagione del Goleador". Non nel senso che giocava tutto il giorno a pallone sulla spiaggia sudando come un cavallo, tutt'altro, se ne guardava bene. E' che per la prima volta, dopo anni di diabolica sfiga, di colpo con le donne ci andava alla grande. Ovviamente era tutto grezzamente calcolato nei minimi particolari, ma ciò che importa è che funzionava che era una meraviglia.
Uno importunava la fanciulla, l'altro si faceva avanti in sua difesa. E, giocata la carta del cavaliere mascherato, la vittoria era quasi scontata. Un delirio, non dormivamo mai.
Con noi c'erano anche Ernesto che, nel frattempo, si era convertito alla causa del Mitico, e Demis, ex sfigato reclutato da una prima, forse perché a Simone, ricordava tanto sé stesso prima dei tempi d'oro.
Riassumendo dunque, le nostre vite ruotavano secondo l'imperscrutabile avvicendarsi di stagioni sempre nuove, ossia le incredibili stagioni che si rincorrevano nella mente oscura del Mitico.
Se le inventava così, come le strategie a battaglia navale, quando il gioco iniziava a farsi monotono. Una mattina arrivava con un'aria diversa dal solito, con un comportamento del tutto inedito ed una fisima nuova, capace di contagiarci tutti in meno di due ore; e quando dico tutti, intendo proprio tutti quanti, dal preside al bidello.
E la magia era proprio questa capite, in un era in cui tutti cercavano qualcosa da seguire, lui la tendenza la faceva, la tirava fuori così dal nulla e tutto finiva sistematicamente per esplodere in un delirio generale che sapeva poi sgonfiare ad arte, con millimetrica precisione, un minuto, un secondo prima che l'incantesimo finisse, per lasciare il posto ad una stagione nuova di zecca.
Dopo quella del goleador, ci fu dunque la "Stagione degli Alternativi", che andò alla grande facendo proseliti ovunque, nella quale militavamo strenuamente fra i pancabbestia anarchici del Leoncavallo e ci lavavamo poco per solidarietà.
Così finirono le superiori, come una nota persa nel baccano, e con loro anche la nostra stagione da alternativi.
Ernesto, fedele al suo nome da guerriero boliviano, seguì la vocazione del militante e partì per Cuba dall'oggi al domani dopo la sbronza collettiva post-maturità.
Fu poi la volta della "Stagione dell'intellettuale", invasati da Nietzsche (e già bisognerebbe diffidare di uno che usa tutte quelle lettere per scrivere un nome che si pronuncia semplicemente "Nice") e dall'eterno ritorno (ed infatti in due anni avevamo dato un esame e mezzo in quattro perché ogni volta che stavamo per metterci a studiare tornavamo fuori per l'ultima sigaretta).
Il Mitico era inquieto.
Attraversava notti insonni in cui scriveva racconti contorti sugli infiniti perché dell'universo ed io quasi non riuscivo a stargli dietro, in quanto, come ho già detto, ai tempi studiavo design e della filosofia non me n'è mai fregato niente. Facevo fatica a comprenderne l'utilità e la mia conoscenza si limitava a poche frasi ad effetto sottratte dalla scarsa cultura scolastica che mi era rimasta per caso incrostata nella mente, niente di trascendentale (per rimanere nel gergo in questione), il minimo indispensabile per giocar la parte dell'intellettuale con le donne. Ma neanche questa stagione sembrava appartenermi.
In compenso però coinvolse molto un altro di noi irriducibili, ed infatti fu questo il periodo in cui perdemmo Demis.
Risucchiato dall'eterno ritorno, si ritrovò ad insegnare filosofia in un liceo a soli ventiquattro anni e tutto questo, prima ancora che io mi rendessi conto che, nel frattempo, si era iscritto a filosofia e si era pure laureato.
Io ed il Mitico avevamo un nuovo giro, lui lavorava part time in una libreria e saltava instancabile da una facoltà all'altra senza darsi pace.
In piena "Stagione di Sfasamento" (nella quale per la precisione ci sbronzavamo una sera sì e l'altra pure), seduti sui gradini del Naviglio (ai tempi condividevamo una squallida casa di ringhiera vicino alla Darsena) mi disse: "Dobbiamo darci una mossa Luca (ah sì, avevo dimenticato di dire che io mi chiamo Luca), così decisamente non si può continuare. Se non diamo una svolta a questa stagione morta moriamo noi, ma di cirrosi epatica…e a venticinque anni decisamente non è bello!"
Il Messia aveva parlato.
Cambiamento in arrivo -pensai- .
E menomale, perché, cominciavo a non poterne veramente più di vomitare tutte le sere per colpa di questa stupidissima stagione che si protraeva ormai da più di sei mesi. Speriamo che questa sia la volta buona, mi dissi.
Ma prima che le cose mutassero per volere del Mitico, ci pensò lo Stato a salvarci dall'alcolismo e, visto che non davamo esami da più di otto mesi, ci spedirono entrambi al quarto fanteria di Palmanova.
A naia tutto sommato fu uno spasso, ma col congedo ci ritrovammo nuovamente in
"crisi di stagione".
"Mi sento privo di ispirazione Luca" mi disse una sera mentre scaldava una pizza al microonde con le mie ciabatte ai piedi.
"E' terribile, è come se, senza una nuova stagione non avessi più la mia personalità, come se non sapessi più cosa dire o fare, né come camminare o guardare in faccia la gente".
"Dai Simone, non farla tanto lunga. Tutte le cose che hai fatto, tutte le stagioni che ti sei inventato, eri sempre tu, tu capisci?". Al momento ero invasato dai particolari, sì, quelle cose a cui nessuno fa caso ma che danno senso alla vita. Le radici ecco. Che non si vedono, ma tolte loro, muore tutto quanto il resto.
Fotografavo ogni angolo di ripostiglio e cornicione di palazzo che attirasse la mia attenzione, ogni mulinello di vento in cui si perdevano le foglie d'autunno (la mancanza di una donna mi infondeva una certa poesia che in futuro non ho più ritrovato), ogni punto di vista insulso che inciampasse per caso nel mio campo visivo. Era eccitante, mi faceva sentire vivo. Vivo capite?
Cercavo di spiegare questa storia al Mitico mentre lo fotografavo con le mie ciabatte dal punto di vista delle ciabatte, ma lui annuiva senza convinzione.
Effettivamente stavo rasentando la soglia del maniacale.
Ma non era questo. Anch'io provavo un certo disagio. Avrei voluto prenderlo per le spalle e scuoterlo con violenza.
"Svegliati Simone, svegliati per la miseria, tu sei il Mitico, il Mitico capisci? Tu non hai bisogno di cercare l'ispirazione come noi comuni mortali, tu sei l'anima dell'ispirazione, tu sei…" ma invece non gli dissi niente, perché io non sono mai stato molto bravo con le parole e perché lui già sapeva quel che volevo dire.
Fatica sprecata insomma.
Il disagio intanto, si andava trasformando in una nausea profonda; di più, in paura, paura sì, di perdere le radici e con esse la mia stessa anima e quella -pensai in quel momento- per quanti sforzi avessi fatto, non avrei mai, mai potuto fotografarla.
Era come se dentro di me stesse nascendo una stagione tutta mia, che nessun altro avrebbe mai condiviso e soprattutto che, per la prima volta da che lo conoscevo, non usciva dalla testa del Mitico.
Per Ernesto, per Demis, era stato diverso. Fra le molte stagioni partorite dall'inesauribile mente del nostro Messia, loro avevano trovato quella che gli apparteneva ed erano scesi dal treno. L'avevano seguita, se n'erano impossessati ed intorno ad essa avevano costruito la loro vita.
Il Messia, per loro aveva avuto una risposta. Ma intuivo che per me non sarebbe stato così.
Per me era differente. Io conoscevo Simone da prima che lui stesso scoprisse di essere quello che era. Io, prima di lui, avevo visto "il potenziale".
Andando per semplice eliminazione, ben presto conclusi che non potevo diventare un alternativo perché avevo sempre avuto un indole del tutto estranea a qualunque tipo di conflitto, né un Casanova, perché ero un irriducibile imbranato, né tantomeno un filosofo, perché, parliamoci chiaro: a me la filosofia mi ha sempre fatto veramente schifo.
Però le stagioni le avevo vissute. Perché?
Perché era mio amico.
Perché per me era Simone; molto, molto prima di essere il Mitico. A me che lui fosse un Messia o un imbecille rachitico del banco di mezzo, non fregava nulla, non mi faceva la benché minima differenza.
Provai a parlargli di nuovo.
"Forza Simone, spremiti il cervello, che razza di Messia sei, se non sai cavarti da un impiccio così elementare?"
Niente da fare. Ogni provocazione era del tutto inutile e anzi aveva l'effetto di mandarlo ancor più in depressione.
Ci voleva qualcosa, qualcosa che gli stravolgesse la vita, che lo prendesse per i capelli e gli ficcasse la testa nell'acqua gelata della realtà.
E poco più tardi quel qualcosa arrivò.
Il qualcosa però gli devastò l'esistenza, con la potenza di un uragano estivo che si lascia dietro solamente polvere e rottami.
A proposito, il qualcosa di cui parlo, si chiamava Alice.
Aveva i capelli neri e il sorriso da stronza, ma naturalmente per lui si trattava dell'essere più angelico e perfetto mai apparso sulla terra.
Per tutti noi, e per me che lo conoscevo da un'intera vita, fu un autentico shock.
Il Mitico aveva sempre avuto la cosa giusta da dire in ogni situazione, la sfoderava così, con eroica precisione, e tu restavi lì a guardarlo andare a segno, come un Lancillotto con la sua spada, con micrometrico tempismo.
Ma quella volta no. Quella volta rimase immobile come un fesso, con la lingua a mezz'aria dopo aver preso fiato.
E di colpo non si sentì più così Mitico.
Lei lo aveva stroncato con quel suo sorriso beato agli angoli della bocca, distruggendo in un nanosecondo, interi anni da paladino della giustizia dei cartoni animati.
Lui stesso avvertì all'istante, con gli ultimi strascichi di genialità rimastigli, che quella donna, con il suo diabolico sorriso, sarebbe riuscita a fargli staccare tutti i poster di Ufo Robot e Matzinga Z in un colpo solo, usando unicamente quella sua devastante arma chimica a trentadue denti, che avrebbe ridotto lui, il Mitico, allo zerbinaggio più devoto e totale…
La sera che la vide per la prima volta, il Mitico diede davvero il meglio di sé.
Si divincolò fra metempsicosi ed eterno ritorno, driblando con la classe di un Pelè con le ali. Avreste dovuto vederlo come filava quel folle, sul pelo dell'acqua, sbucando fuori dalle profondità più remote del pensiero, e come brillavano i suoi occhi di Messia metropolitano, mentre la magia esplodeva come fuochi artificiali…
Io sono un uomo e certe cose forse non le posso capire, d'accordo, ma credetemi, dopo quella performance qualunque donna, nel raggio di cinquanta chilometri, sarebbe caduta ai suoi piedi, per quanto piccolo ed insignificante potesse essere il suo cervello.
Ma quella lì non era una donna comune.
Lui la guardò con gli occhi accesi, a metà fra il trionfo e l'adorazione ed attese.
"E' molto bello quello che dici," esordì lei roteando lo sguardo per essere certa di essere udita da tutti, "peccato che non abbia il benché minimo senso!".
Ma lo disse con una dolcezza tale, che il Mitico, agonizzante al suolo e con uno sbrego in pieno petto, non ebbe proprio la forza d'inkazzarsi.
Se ne rimase lì a chiedersi il perché, con il cervello che gli faceva acqua da tutte le parti ed il riso di lei che si allontanava sordo, dentro un profondo silenzio.
La fissava in perfetto stile miracolato, convincendosi, un istante dopo l'altro, che doveva essere davvero venuta dal cielo.
In seguito, per via dell'incredibile potere devastante che ebbe su di lui, anch'io credetti venisse dall'alto; sì, come quelle piogge chimiche che pare provochino la calvizie, anche se, come sempre in questi casi, si dice non sia ancora stato provato niente.
Superfluo aggiungere che alla fine, quando cioè lei prese il suo cuore e lo mescolò al Ciappi del suo cane, del Mitico non restava che qualche quaderno pieno di deliri e racconti incompiuti. Era davvero una pena.
Dentro quest'Apocalisse in cui ogni stagione sembrava irrimediabilmente perduta, ebbi l'idea forse più geniale che avessi mai avuto. Pensai che quando è la vita stessa a provocare in noi la discordia, è del tutto inutile restare a combattere, e fuggire non è poi tutta questa gran vergogna. Così consegnai le nostre rispettive domande in un terribile pomeriggio di pioggia che battezzava l'autunno e, venti giorni dopo, partimmo per Parigi per il programma di studio all'estero di cui parlavamo da tempi immemorabili.
Io frequentavo l'istituto superiore di design (sempre più ossessionato dai particolari che mi avevano ormai inglobato in una specie di universo lillipuziano) e lui un selezionato corso di specializzazione per scrittori e drammaturghi.
Fu così che nacque l'ultima.
La stagione più splendida e devastante, l'alfa e l'omega di tutta la nostra vita, il treno per le stelle…quella che passò alla storia come "Stagione della Valigia".

Accadde una sera.
Abitavamo in un sottotetto talmente scarno (Simone, invasato da David Leavitt, preferiva il termine "minimalista", ma la realtà è che non c'era un accidente di niente là dentro, mancava pure il vetro del bagno), che per procurarci il minimo indispensabile, frequentavamo squallidi mercatini e non di rado quella che elegantemente i francesi definiscono "ordures" e che in parole povere, sarebbe poi la monnezza.
Però aveva il suo fascino, non si riesce a immaginare quanta roba utile la gente butti via.
E poi, pensai quando partimmo, lontano da casa e da quel mostro, nella magia della vita dei boulevard, Simone avrebbe forse ritrovato quella concordia interiore fra le stagioni, che sembrava ormai irrimediabilmente perduta.
Se mi sbagliavo o meno, non so dirlo ancora oggi.
Fu rovistando fra gli scarti di un trasloco che Simone la trovò.
"Guarda" mi urlò come se avesse trovato l'oro.
Mi voltai. "Simo, non ce ne facciamo niente di una valigia". Gli risposi con molta praticità continuando a cercare (ero al momento impegnato a trovare qualcosa che potesse somigliare anche solo lontanamente ad un comodino).
"Tu non puoi capire" mi rispose.
Si sedette a guardarla e non si mosse più.
Era una vecchia valigia di fintapelle verde, troppo rettangolare e sbilenca per possedere una qualsiasi cosa che potesse chiamarsi, non dico fascino, ma quantomeno decenza.
Da quella sera e nei giorni e nei mesi successivi, non se ne separò mai più.
E quando dico mai più, intendo proprio mai, neppure per dormire o per andare al bagno.
Una cosa maniacale.
La gente normale va in giro con uno zaino, una borsa, al massimo un sacchetto della spesa, ma non con una valigia! Soprattutto vuota!
Lui sì. Di tanto in tanto lo sbirciavo aprirla e restare immobile per minuti eterni ad osservarne il misterioso contenuto.
"Ma che diavolo hai lì dentro?" gli domandavo infastidito.
"Ancora niente" rispondeva lento, "ancora niente".
Con il tempo prese ad infilarci ogni sorta di cose bizzarre ed apparentemente inutili; pezzi di vetro, strappi di carta igienica con scarabocchiate sopra strane poesie, guanti spaiati, fiori secchi, palloncini sgonfi ed ancora da gonfiare, disegni fatti da bambini ed una volta persino una saponetta profumata che gli aveva regalato una clochard vecchissima che stava sempre vicino all'arco di trionfo a vendere fiori di campo (ma vi rendete conto? Si è mai sentita cosa più ridicola di una barbona che va regalando saponette profumate?).
Comunque sia ero contento per lui. A parte la strana fissazione della valigia, il Mitico era davvero rinato.
Aveva pianto di commozione per la storia della saponetta, la sua sceneggiatura era stata la migliore del corso e dunque era stata scelta per essere rappresentata.
Il Mitico non era mai stato più ispirato.
Passammo il periodo forse più bello di tutta la nostra vita.
I particolari, dopo tanto cercare, ora mi catturavano i pensieri di loro spontanea volontà e soprattutto cominciavano ad avere un senso.
Dipingevo all'aperto in ogni momento libero e mi perdevo dentro quella vita surreale, come in un incantesimo lungo un anno.
Ci capivamo alla grande io e Simone e da un po' di tempo avevo preso a fotografarlo con la sua inseparabile compagna.
Era come aver adottato un cane o roba così. Faceva talmente parte della nostra vita, che mi pareva di avvertire la sua compagnia, anche se non potevo immaginare che un giorno ne avrei sentito addirittura la mancanza.
Una volta entrai in bagno (nel frattempo avevamo messo il vetro alla finestra) e gliela vidi lì, accanto alla vasca, mentre se ne stava immerso in un mare di schiuma, in bella mostra fra il sapone e l'asciugamano: pareva la regina di Saba!
A volte, devo confessare, che arrivai persino ad esserne geloso.
Lui non permetteva mai a nessuno di prenderla in mano, ma da come la portava, era evidente che si faceva più pesante di giorno in giorno. Era come se da quando c'era lei, fosse riuscito a trovare quella riconciliazione con sé stesso che aveva sempre inseguito.
Pregai con tutte le mie forze che tutto ciò non avesse fine.
E' tremendamente difficile da spiegare, ma ecco, è che io finalmente, mi ci sentivo…a casa.
Tuttavia, come ogni cosa bella (e come in fondo ogni cosa in genere), anche quella stagione meravigliosa un giorno finì.
"E' strano" disse.
Ce ne stavamo seduti sulle tegole del tetto sopra la nostra soffitta.
Era agosto e faceva un gran caldo.
Come altre volte, eravamo tentati di metterci a mollo in qualche fontana, ma quella sera avevamo preferito il tetto.
I nostri corsi erano finiti già da due settimane; dopo la mostra (le foto del Mitico con la valigia avevano riscosso un enorme successo), avevo trovato un lavoro interessante come fotografo per una rivista, che aveva preso di buon occhio il mio amore per i particolari e che voleva farne un nuovo tipo di via comunicativa.
A dire il vero io non ero entusiasta che i miei amati particolari venissero privati della loro verità per finire segregati a simboleggiare una qualche sfigatissima, incomprensibile filosofia di pensiero; ma mi sembrava comunque un ottima occasione per esprimere, a mio modo, ciò che avevo da dire al mondo.
Simone aveva ricevuto un autentico mare di proposte, ma non credo avesse ancora deciso alcunché.
"E' strano" ripeté.
"Mai avrei pensato che saremmo arrivati fin qui vecchio mio".
"Già" risposi.
Volevo chiedergli della valigia, ma…
"Non credo ci saranno altre stagioni" disse.
"Penso sia venuta l'ora di scendere anche per noi, ho come l'impressione che si sia fatto tutto troppo pesante...non credi?"
Non risposi. Lui continuò sottovoce.
"E' arrivato il momento che ognuno di noi diventi Messia di sé stesso."
Poi tacque. Non dissi nulla.
E, non chiedetemi come accadde, ma io in quel momento lo sentii, l'inconfondibile, indimenticabile rumore di una lacrima che cade.

Il mattino dopo, quando mi alzai, Simone non c'era più.
Niente biglietti, niente indirizzi attaccati sul frigo.
Non andai a controllare se l'armadio era vuoto o se i cassetti dove teneva i racconti erano stati sventrati delle loro anime di poesia.
Non c'era nulla fuorchè il silenzio di agosto alle sei del mattino. Ma la cosa non mi stupì affatto, in fondo dell'esistenza di quel momento lo avevo sempre saputo, di più: lo avevo aspettato. Lentamente mi avviai alla finestra.
E con lo sguardo nel vuoto mi parve di poterlo vedere allontanarsi a passo deciso, lui, il Mitico, fra la nebbia umida dei boulevard, con stretta in mano...una valigia.

Sono passati otto anni.
Alla fine ho optato anch'io per il monovolume, del resto non credo di aver mai avuto abbastanza talento per pensare di rimanere a lungo in groppa a tante diverse stagioni.
Anche se cronicamente imbranato con le donne, due anni fa mi sono sposato.
Sara fa la scrittrice e porta dentro di sé quel tanto di poesia che è andata miseramente perduta nella maggioranza degli esseri umani e che le permette di leggere senza sforzo i miei pensieri più profondi senza che io mi torturi inutilmente a spiegarli.
Condivide persino il mio sempre vivo amore per i particolari, dice che danno senso profondo all'esistenza umana, ma lo dice in un modo così bello, da farmi perdere la testa ogni volta.
Viviamo in un piccolo paese sul mare, in Normadia.
Lei si occupa dei fiori, io del cane.
La nostra storia se ne sta sospesa lassù, in equilibrio, in quel paese che esiste fra la veglia e il sonno, dove ancora si raccontano le stelle.
Amo litigare con lei perché mi piace la smorfia che fa quando si arrabbia (una volta le ho persin chiesto di non muoversi perché potessi fotografarla e lei mi ha tirato dietro un vaso); amo alzarmi di notte per prendermi del latte dal frigo e trovarla assorta, mentre scrive davanti alla finestra.
Sei mesi fa Ernesto mi ha mandato una lettera da Cuba, si è sposato, ha avuto due figlie ed accompagna i turisti a fare giri in barca nelle isole vicine; c'era anche una foto che abbiamo appeso nel muro di casa dove, da sempre, raccogliamo i ricordi.
L'estate scorsa è venuto a trovarci anche Demis con la sua nuova fidanzata, forse andremo da loro in Toscana il prossimo autunno, chissà.
Spesso ci capita di ospitare compagnie di artisti itineranti, per lo più attori, vecchi amici di Sara, che ci riempiono la casa di misticità e poesia.
E a volte di notte, quando il vento del mare scricchiola tra le persiane, mi alzo in punta di piedi, esco in veranda e penso a Simone. All'ultima stagione insieme a Parigi, alla valigia, e mi do del cretino per non aver mai capito.
Non aver capito che in quella valigia il Mitico raccoglieva la vita.
Le lacrime, i sorrisi, le emozioni che il tempo aveva voluto donargli e che non poteva non portare con sé.
Là dentro c'erano gli anni del liceo, gli amici, le stagioni…e c'ero anch'io.
Là dentro c'era la sua ansia di volare, di trovare la risposta a quel suo essere tutte le stagioni insieme e, ad un tempo, nessuna di esse.

Nel muro del ricordo un giorno ho trovato appesa una sua foto, mentre cammina per un boulevard con la valigia sulla spalla, come un romantico Linus venuto dalle stelle.
Sara, senza dir nulla, l'ha attaccata per me.
Anche per questo l'amo.
Perché non me lo chiede ogni minuto come fanno di solito le donne. A volte mi fissa seria, poi gira lo sguardo e sorride, ed allora io capisco che sta impunemente frugando nei miei pensieri. Abbiamo una nostra stagione che ci si srotola davanti attimo dopo attimo, con la dolcezza di una favola della buonanotte.

Non ho bisogno di lettere, cartoline, fotografie di posti lontani.
Non ho bisogno della malinconia del ricordo.
Un giorno, quando avrà raccolto tutto quanto, quando nelle sue ali avrà racchiuso abbastanza volo e nel suo animo sufficiente poesia, allora si fermerà e saprà di essere arrivato a casa.
Allora sentirò bussare, senza preavviso, nel cuore della notte scambiandolo per il vento, andrò ad aprire e me lo troverò davanti, con il solito aspetto stralunato da Messia delle stelle, lui il Mitico, con ai piedi la sua rigonfia, sbilenca valigia.


mousemoon@libero.it